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Il sangue esplose verso l’alto come lo spruzzo d’acqua di una balena, ricadendo in sottili rivoli di rosso chiaro e gocce pesanti e scure sulla camicia bianca del decapitato. Il flusso era inarrestabile, uno spettacolo dalle forme preziose e macabre insieme, che non si staccava dallo sfondo naturale in cui si manifestava: il bosco in cui quella mattina mi ero avventurato con mio padre.
Guardai l’uomo senza testa girare su se stesso per qualche metro, incapace di gridare alcun dolore, e trovavo fosse in armonia col cinguettio incessante dei passeri e il grattugiare impassibile delle cicale. Fu solo qualche attimo, il tempo che anche il sangue finisse di spruzzare verso l’alto come attirato alla base madre che era il collo da cui fuoriusciva, e poi vidi il corpo crollare a terra e il liquido rosso e nero comporre un laghetto davanti ai miei piedi.
Guardai le mie scarpe. Solo qualche goccia sulla pelle scura delle mie Lumberjack. Lasciai scivolare l’accetta sulla terra umida e mi sedetti sul tronco tagliato, passandomi una mano sulla fronte. Cominciavo a sentire un odore insopportabile impossessarsi dell’aria e a fare meno caso all’armonia della natura.

Glielo avevo detto a mio padre: vengo con te perché non ho nulla da fare e perché mi farà bene svegliarmi presto. E per l’aria del bosco. Ma non ho alcuna intenzione di imparare a tagliare la legna, su questo ero stato abbastanza deciso.
Poi lui ha insistito.
Ho provato un colpo secco e mi è andata bene, l’osso del collo non ha opposto grande resistenza. Ho dovuto forzare solo un po’ verso la fine.
Così è cominciata la danza dell’uomo senza testa.

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