Viaggiava da molto ormai, e decise di fermarsi un attimo. Giusto il tempo di ritrovarsi.

In un paesino fra i monti, cercò la piazza ed entrò nel bar di fronte per bere un po’.

Mentre seduto col capo chino osservava la sua birra dove giovani piccole bolle quasi dovessero librarsi da un giogo che durava millenni e da cui improvvisamente erano emancipate, correvano impazzite verso l’alto per poi esplodere e scomparire a contatto con l’aria. Altre invece, avrebbero tutt’al più costituito le premesse per strani suoni gutturali. Di fronte a lui un uomo sulla cinquantina, capelli radi e grigi, occhio pungente, malinconico, sovresposto agli eventi, statura media, leggeva un giornale con aria distaccata, come se stesse leggendo un prezzario. Il suo caffé con ghiaccio pian piano s’allungava rendendo armonioso quell’aspro umido sentore, con il ruvido calore del tabacco rullato. Un cenno con gli occhi fra i due, quasi impercettibile, nascosto in quel non detto che è tutto, rivelò qualcosa che neanche l’anima sa, come un riconoscersi, un mirarsi, una familiare curiosità. Poi occhi bassi poggiò il boccale, pagò e usci fuori ad osservare il vento di mezzogiorno scorazzare libero per la piazza. L’uomo del caffé gli s’avvicinò, sputo la cicca la stritolò col piede e mormorò

“non crederà di cercarla qui?”

“cosa?”

“ non lo so, ma di certo qualunque cosa sia qui non la troverà, piacere Franco Veltani”

“Mario Berga, piacere”.

Mario Berga era un ragazzo sulla ventina, capelli castani alla rinfusa, barbetta incolta e occhi marroni. Vestiva semplice, una giacchetta, una felpa e un jeans. Uno zainetto sempre sulle spalle dove tra le varie cose immancabili erano un taccuino, una penna e un goniometro. A chi gli chiedeva cosa se ne facesse di quel goniometro rispondeva che gli serviva per tornare un giorno. Cosa questo avesse voluto dire nessuno, e forse neanche lui, l’ha mai capito fino in fondo, nonostante ciò Mario riteneva che sarebbe arrivato, chissà quando, la sua ora. Del goniometro.

 

***

 

Franco e Mario usciti da quel bar, iniziarono cosi a dirigersi verso la piazza, Franco non era sempre vissuto lì, ma erano ormai dieci anni che vi abitava e conosceva ormai tutto e tutti.

“dieci anni? Io non riuscirei mai a sopportare l’idea di stare dieci anni fermo in un posto” disse Mario.

“Alla tua età neanch’io ci sarei riuscito, e a dire il vero neanche quando arrivai qui avrei mai pensato di restarci cosi tanto, anzi ti dirò la verità il giorno che misi piede in questo paesino, non volevo restarci un minuto di più!”

“come mai allora ci sei restato cosi tanto?” chiese Mario.

“eh…un mazzo di carte!… napoletane…loro mi hanno tenuto qui, ed a pensarci ora è stato meglio…o forse è stato giusto o… più semplicemente è stato. Per i nomadi non è importante il luogo, e neanche il viaggio esso stupisce e allieta soltanto, l’importante per i nomadi è il caso. E fin quando il caso ti permette di vivere resti. Quando non puoi più vivere parti. E il caso, un mazzo di carte napoletane ha voluto che i miei piedi calpestassero per dieci anni, e chissà per quanto ancora questa terra, queste strade. Magenta qui ho dimorato, qui.

 

***

 

Casa Veltani ore 13:38, un tavolo chino quasi una statua del pensatore, sorregge su di se due bicchieri pieni, mezzi pieni, mezzi vuoti, quasi mai vuoti, una bottiglia di vino, niente IGT, niente DOC, è roba buona, roba locale, fatto col sudore e imbottigliato senza etichette, che il vino popolare non ha bisogno di targhette, c’ha millenni dentro, mica la sicurezza del consumatore.

Ma il tavolo, lui, quieto e servile, sorreggeva con dovizia anche quattro gomiti che sorso dopo sorso si facevano sempre più pesanti, ma scioccamente compassionevoli, empatici, un immagine tardo romantica agli albori del XXI secolo, un ragazzo e un adulto conosciutisi da poco più di un’ora parlano di loro, l’età non ha peso, che è per gli stupidi ed i sedentari, quelli che si fermano, delimitano la proprietà, il proprio, per loro l’età ha si differenza, l’età per lavorare il frutto dei secoli e dei secoli, padri dei padri che qui iniziarono a coltivare, che la natura è umana. No, no, ai nomadi tutto ciò resta indifferente, l’età, il nomade cammina, cammina, osserva, non giudica che sarebbe gravoso farlo, davanti a mille passi, davanti a steppe e pianure e colline e montagne, non coltiva il nomade, il nomade prende, non lavora il nomade, il nomade cerca, il nomade trova, e l’età, il tempo e solo differenza di ciò che si vede, chi ha visto più, chi ha visto meno.

                                                                                                                                                                                                    continua… 

Annunci