…continua da Io non credo che venga 

Mario dormì, da Franco quella sera e la mattina dopo nonostante il leggero mal di testa post sbronza, si alzò presto ed uscì ad osservare i primi raggi del sole che timidamente soffiavano, come un velo nuziale, le gocce di rugiada nella vallata. E pensò continuamente alle parole che Franco Veltani gli aveva detto il giorno prima e in particolare a quella storia delle carte napoletane, di cui non capiva il significato, ma dentro di sé sentiva che c’era un qualche legame ignoto con il suo goniometro, tranne che Franco sapeva cosa gli avevano procurato quelle carte e il perché, al contrario Mario non conosceva affatto il destino misterioso del suo goniometro. Pensando a questo, lo usci, ed iniziò a porselo davanti, socchiuse un occhio e con l’altro cercava geometrie nell’orizzonte, sembrava quasi un bambino che cercava di capire a cosa servisse quell’oggetto e forse un po’ era cosi. Attraversava spaesato con l’occhio tutti i 180 gradi dell’orizzonte, puntava il sole e contava i suoi gradi, e quelli che gli mancavano da fare, poi osservava il suo orologio e poi l’ombra dell’albero, e poi di nuovo il goniometro e l’orologio e l’ombra dell’albero e il goniometro e l’orologio e l’ombra dell’albero. Incessantemente fino ad obliarsi, a perdere coscienza di sé e come caduto in trance cercava in quella danza visiva il suo ruolo lì dentro tra il sole sul goniometro, l’orologio e l’ombra dell’albero, cercava il suo posto nello spazio-tempo.

Franco gli si avvicinò dietro le spalle e lo vide intento i quello strano gioco empirico, gli sembrava di vedere uno scienziato greco alle prese con qualche sensazionale scoperta. Tacque per un po’, poi d’improvviso gli sussurrò: “Non penserai di trovarlo lì?”, “cosa?” rispose Mario senza staccare lo sguardo dal sole, “Qualsiasi cosa sia lì non la troverai!”. Mario lasciò cadere il goniometro abbassò desolato il capo ed iniziò ad accarezzare l’erbetta sotto di sé, poi rialzò la testa, osservò le montagne all’orizzonte e riprese “Cos’è quella storia delle carte napoletane?”. Franco tacque, prese dal taschino il suo tabacco, ed iniziò a rullarsi una sigaretta, gli si avvicinò, accese la sigaretta e sospirò: “le vedi quelle montagne sono millenni che sono lì, e ci avranno messo altrettanti millenni a formarsi, noi le vediamo sempre lì immobili, imperturbabili, ed invece se ti avvicini, se inizi a scalarle scopri la loro vita, scopri il loro frenetico divenire, il loro sangue incessante scorrere, le loro cellule, nascere vivere e morire, ma da qui sembra immobile. Dentro scoverai centinaia di animali diversissimi tra di loro, scoprirai le più disparate piante, vedrai pietre, rocce, massi staccarsi, rotolare giù. Vedrai un organismo che freme, ma che impiega millenni per cambiare fisionomia. Ed ora osserva quel vermetto,  la sua vita dura appena un giorno e in un giorno nasce vive e muore, egli non può capire la montagna, egli al massimo può essere parte della montagna, potrà essere una sua cellula, se non un suo atomo non puoi chiedere al verme di capire la montagna, egli è montagna. Ma non crederai certo per questo che anche quel vermetto non abbia il suo infinito dentro di sé. Per il solo fatto che esiste infatti, egli cela dentro di sé il suo infinito, anch’egli ha atomi che lo adorano come dio, come universo, come creatore. Ma anch’essi confondono l’organismo di cui fanno parte con dio. Pensa persino un verme può essere creduto dio. Perché anche gli atomi del verme non potranno mai comprendere il loro infinito: il verme. Ognuno ha il suo finito e il suo infinto. E nella cosa più piccola che troverai, cercherai infinito e mai lo scoverai fino a quando l’approssimazione ti bloccherà l’infinito. Ma l’approssimazione non è altro la riprova del nostro finito infinito. Prendi ad esempio quel rametto, saresti tu in grado di misurarne la lunghezza? Mi dirai certo basta prendere un righello e lo si misura, ma io ti chiedo saresti in grado di misurarlo senza approssimazione? Tu potrai dirmi magari, è lungo 5 cm, ma stai approssimando perché se esamini meglio risulterà 5,34 cm, o meglio ancora 5,34563278984700 cm, ma è sempre un approssimazione e non potrai mai arrivare al punto in cui dici: ecco basta il numero è finito, proprio perché è infinito, e qualsiasi cosa, qualsiasi numero è infinito, persino se esistesse qualcosa che misura esattamente 1, esso non sarebbe semplicemente 1, ma 1 virgola infinte volte zero. Qualsiasi cosa è infinita, ma siamo costretti a valutare tutto persino noi stessi nella nostra finitezza. L’approssimazione ti bloccherà l’infinito!”.
Mario tacque e pensò profondamente a quell’immagine d’infinito. Franco gli mise una mano sulla spalla e disse “Scendo giù in paese”, Mario lo fissò negli occhi un po’ impaurito, un po’ estasiato e gli rispose “vai io resto un po’ qui se non ti spiace, voglio farmi due passi, forse scalo la montagna…domani riparto”. Franco gli dava le spalle mentre disse ciò, si fermò un attimo guardò dritto davanti a sé e fece una smorfia di sorriso “che ingenuo” pensò “crede di poter decidere lui il momento di partire” poi si avvicino alla sua bici, montò su e disse “addio, a dopo” e partì.

continua…

Annunci