Il ragazzetto si sporge sullo scoglio.

La patta è aperta.

Il vento tra i capelli, prolunga il liquido giallo di là della pietra consumata dal sale e da se stessa.

Il liquido conosce traiettorie già segnate dal tempo e diviene carezza calda sulle onde carezzate da altre onde.

L’uomo s’accosta al ragazzetto. Capelli, pochi, comunque al vento.

Pisci?, chiede l’uomo. Piscio anch’io se non ti dispiace, aggiunge, lo sguardo all’orizzonte.

C’è profondità nell’aria.

Dunque la fai.

Dunque la faccio, la voce del ragazzetto è quella che è. Sicura perché deve.

Fai cose che ho fatto anni fa. Le stesse. Le fai ancora.

E’ così che deve andare, uomo. Non c’è niente da fare. La tua pipì è più bianca della mia.

E’ la salute, e non ti riguarda. Ma io disegno cerchi.

L’uomo ha ragione: disegna cerchi giù dallo scoglio, il liquido s’avvolge in giri che non si raccontano perché in acqua arrivano dispersi, sono singole gocce.

Accetti cose che prima disdegnavi, sol perché devi crescere, ammonisce l’uomo.

Non è forse questo il senso?

Ma danneggi me.

Danneggio tutti.

E poi devi viaggiare, dicono. E’ vero?

Dicono.

L’uomo piscia ancora.

Il ragazzetto ha quasi finito, poi ci ripensa e piscia ancora.

Guardi mai avanti, uomo?, chiede il ragazzetto.

Se guardo avanti, e vedo te, so solo che ho guardato avanti. E tu?

Mi hanno detto di non farlo.

Allora, ragazzo, ti racconterò una storia, che sarà metafora di quel che voglio dirti.

L’uomo racconta la storia.

I due uomini pisciano ancora.

Il ragazzo non cambia espressione.

Cos’hai imparato, ragazzo?

La pietra su questo scoglio può franare, meglio andar via.

Non ti seguirò.

Sono io che non seguo te. Non conviene, uomo.

I due uomini s’abbottonano i pantaloni e vanno via.

Il mare va per i fatti suoi. Il giorno dopo le orme non ci sono più.

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