ottobre 2008


(Pubblico qui una cosa che finirà comunque altrove, così, perché sennò che stiamo facendo. Chiudo i commenti per questo post perché sarebbe bello parlarne di persona, o non parlarne – trovo ormai così limitante quell’angusta finestrella in cui DEVI dire qualcosa.

Si tratta di un’intervista a un tizio che sembra uscito dal nulla, o da un’altra epoca – né migliore né peggiore di questa, ma con altri odori, questo sì. Il cristiano in questione si chiama Roberto Abbiati e, se non ci capite una mazza di quanto segue, potete andare QUI e QUI. Invece QUI per il suo sito.)

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«Ho fatto tutto perché Ismaele potesse galleggiare a fine spettacolo sulla tragedia appena passata con un filo ironico di speranza.»

Roberto Abbiati è autore, attore, regista e molte altre cose. Soprattutto, è autore di se stesso. L’ho incrociato mentre leggevo Moby Dick. Incappai in un articolo su un libro che era uscito proprio in quei giorni in cui leggevo il romanzo di Melville. Chiunque abbia avuto a che fare con la Balena da vicino saprà cosa può voler dire una cosa del genere, perciò non mi dilungherò troppo su questo. Insomma, il libro in questione era Un tentativo di balena di Matteo Codignola: ovvero, un resoconto più o meno diligente di una riduzione teatrale più o meno fedele di Moby Dick. Ovvero: Una tazza di mare in tempesta, riduzione della Balena che Abbiati mette in scena in quindici minuti in una scatola per quindici persone, con tutte le implicazioni che conseguono da una cosa del genere. Ora, prima di continuare, devo spiegare un paio di cose.
Roberto Abbiati ha imparato a suonare la cornamusa e il bouzouki da solo. Tutti i suoi spettacoli hanno qualcosa di artigianale e infantile che finisce con lo stupirti. Io non ho mai visto uno spettacolo di Roberto Abbiati. Soprattutto, un giorno Roberto Abbiati incontra Bolek Polivka (così descritto nel libro di Codignola: «Clown, attore, regista, lavora su intuizioni stralunate, con dosi massicce di humour nero»), autore molto conosciuto nel circuito dei festival europei negli anni ottanta. Cosa fa Abbiati? Lo segue per due anni, a Milano. Ogni sera è in platea, magari all’ultima fila, e non fiata, non dice nulla. Lo segue. Per due anni. Poi un giorno gli rivolge la parola e gli spiega che sta preparando uno spettacolo. Finisce che Abbiati e Polivka collaborano, e a modo loro.
Tutto questo per giustificare il fatto che quando ho deciso di inviare le domande ad Abbiati – preso com’ero da Moby Dick, da una riduzione di Moby Dick, dal lavoro di Abbiati e dal libro di Codignola, senza dimenticare l’ammirazione per la prosa di Melville e tutto ciò che ne deriva, poi: quella bella domanda sulla Balena da fare ad Abbiati (pesce o mammifero?) e, soprattutto, preso com’ero dalla possibilità di buttar giù un’intervista particolare con un personaggio particolare, col paradosso di parlare di uno spettacolo teatrale che non avevo visto e di cui avevo solo letto – ecco: non avrei mai immaginato che lui mi avrebbe dato il suo numero di telefono, e nemmeno il resto; e cioè che non avrebbe risposto a metà delle domande e che – orrore di ogni intervistatore mezza tacca come il sottoscritto – la lunghezza del grassetto, dunque delle domande, avrebbe di gran lunga superato quella del testo sottile delle risposte.
A quel punto mi sono detto: usa quel numero. Chiamalo. Ti piace ancora troppo quest’idea dell’intervista su uno spettacolo che non hai visto – il teatro è così, ancora, si ostina a non arrivare dappertutto, nonostante internet – ti piace ancora tutto, e non pensi che l’Abbiati sia stato antipatico, anzi: l’intervistato più onesto che ti sia capitato a tiro ultimamente.
Allora chiamalo, per l’appunto.
Ma potrebbe essere ovunque. A San Salvador, metti. E poi c’è quella cosa: quando ti capita di parlare con persone più grandi, al paese, quelli che sapevano fare tutto, muratore-elettricista-falegname-imbianchino(che da queste parti si dice pittore, guarda un po’), ecco, c’è quel timore che ti prendano a sberle con le parole, che sembra proprio che io, due mani da mio padre, mi sa proprio che non le ho ereditate.
Lasciamo tutto così: qualcosa ha detto, Abbiati. E non pensare al come, che si sta prendendo il resto (e qui il come è: come hai immaginato Moby Dick, come hai immaginato Melville, come lo racconti, come lo racconta Abbiati, come Codignola racconta Abbiati, come lo sto raccontando io adesso). Troppe implicazioni stupide: finirà che chiamerò Abbiati il giorno in cui mi sarò perso in Brianza, non un minuto prima.

Innanzitutto, come ti è saltato in mente di ridurre un libro da oltre 600 pagine a uno spettacolo di quindici minuti, per quindici persone, per di più in una scatola?
Le cose nascono così! Butti lì una cosa dopo l’altra e quello di buono che c’è se c’è viene fuori, poi se ci penso dico che una delle possibilità di mostrare cose esageratamente grandi e sproporzionate, o le fai grandi e sproporzionate o le fai piccole piccole, se c’è poesia funziona.

E’ opinione diffusa che Moby Dick sia il libro stesso. Cioè: l’ossessione dello stesso Melville. Un’ossessione che non si è fermata all’autore, e nemmeno a Ismaele o Achab, ma ha contagiato molta gente (dall’illustratore Rockwell Kent a Orson Welles) e credo anche te. Cosa hai trovato in quel libro, cos’è che più ti è entrato dentro?
La cosa che mi ha colpito di più alla lettura del libro è la meticolosa, altezzosa e vertiginosa descrizione di tutto quello che una balena e una baleniera riguarda, tutto. Non sono così io, neanche mi piacerebbe esserlo, però Shakespeare con i suoi testi, Dio con la Bibbia e Melville con Moby Dick lo hanno fatto, io mi sono dedicato meticolosamente al legno e ai chiodi del mio lavoro. Brianza, mobili, chiodi e martello.

Matteo Codignola, nel libro che racconta il tuo spettacolo, parla anche dell’ossessione per la miniatura. Il paragone coi raggi laser della fantascienza, quelli che di colpo rimpiccioliscono le persone, è molto calzante. Così Moby Dick si restringe all’improvviso. Ti appartiene anche quest’ossessione per la miniatura?
Diamo a Cesare il suo e Codignola anche, il Matteo ha raccontato cose che neanche io sapevo, o meglio mi ha raccontato con il libro quello che io neanche immaginavo, lui ha fatto lo spettatore, e non ti dico quante volte, rischiando la paresi e sfidando recidivamente la claustrofobia, solo per questo gli sono molto grato, ma io, io lo spettacolo non l’ho mai visto. Un giorno molto lontano mi siederò sul lettino del Codignola e parlerò e parlerò, e solo dopo la diagnosi dirà delle mie ossessioni, per ora ci sediamo a tavola e beviamo vino e per i prossimi tre anni non parliamo del Signor Herman.

Tra le derivazioni di Moby Dick si possono trovare due filoni principali. Uno è quello che tenta di ripercorrerne lo spirito biblico, epico, grandioso (penso al reading di Baricco tra le altre cose), e un altro è quello che tenta di tenere la barra sulla storia, sulle sensazioni, sul racconto (penso al film di John Huston, o alla lettura di Orson Welles di soli 22 minuti). Il tuo spettacolo dove lo infili, al di là della durata?
Domande troppo difficili per me, troppo! Forse ho badato alla poetica, o meglio a quello che mi rimbalzava in testa alla lettura. Non sono un conoscitore di Melville, non sono esperto in Moby, non pesco con la canna e chi mi conosce sa che non amo il mare. Perdipiù nello spettacolo non pronuncio per benino i nomi stranieri (un giornalista me lo ha fatto notare), la verità è che non m’interessa né la pronuncia né la dizione, ho fatto tutto perché Ismaele potesse galleggiare a fine spettacolo sulla tragedia appena passata con un filo ironico di speranza. Quello che succede prima sono solo 14 minuti di prologo, il mio prologo.

Nel tuo spettacolo c’è anche un teatro molto artigianale che, nel racconto di Codignola, mi ha fatto pensare al gioco dei bambini. Così, in Una tazza di mare in tempesta, la Balena è una pialla, Achab la gamba di un tavolo, il Pequod una tazzina. Sbirciando sul tuo sito, colpisce la cura con cui spieghi l’occorrente per ogni tuo spettacolo (materiali, durata del montaggio e dello smontaggio della scena) e lo stesso Codignola fa un efficace parallelo tra il cinema di Méliès e il tuo teatro. Da dove viene questa caratteristica delle tue opere?
L’origine penso stia nel fatto che ho ereditato da mio padre due mani.

[Da questo punto in poi, Abbiati non ha più risposto.
Certo, ho pensato che gli sia semplicemente sfuggito di scorrere in basso il documento word che gli ho mandato. Ma non ne sono sicuro. Rimangono le mie domande, e la solitudine dell’intervistatore mezza tacca.]

Il pubblico, durante lo spettacolo, è in una scatola. Sono poche persone, e sono dentro la stiva del Pequod. Leggendo il libro di Codignola, viene da pensare che una scena molto toccante sia quella della caccia, la prima volta in cui appare la Balena. Una luce blu illumina da sotto il pavimento. Ma in genere, cosa pensi che accada al pubblico durante tutto lo spettacolo?

Fuori dalla scatola ci sei tu, che ti occupi di effetti speciali e luci. Per Codignola questo è uno spettacolo nello spettacolo (forse sarebbe meglio dire fuori dallo spettacolo). Cosa accade esattamente fuori dalla scatola?

Come hai risolto il dilemma sul personaggio Ismaele, interpretandolo? In Moby Dick è prima un marinaio, poi un narratore onnisciente, poi un esperto di balene…

Ultima domanda: la balena è un pesce o un mammifero? Oppure, per dirla con Melville, è un pesce nonostante sia evidente che è un mammifero?

Di cosa ti stai occupando in questo momento?

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the net
Poichè più volte mi è stato chiesto aiuto per computer impallati, pieni di virus o spyware (io personalmente sono incappatto in un malware maledetto che mi è costato 2 giorni per eliminarlo), vi propongo di leggere ***SBLEM***questo***SBLEM*** articolo, che dovrebbe andare bene per un po’ di tempo.. prima che si inventino qualcos’altro!!
Ah a proposito, vedetevi Hackers se ne avete tempo, con Johnny Lee Miller e Angelina Jolie, allora molto giovane 😀

halloweenNon era proprio così.. ma non sapendo che fare mi son preso la briga di informarmi su cosa c’è da fare la notte del 31.
Indi ragion per cui la quale poscia vi rimando qui in attesa di decidere.
Se non si farà nulla è la vota bbona che mi faccio un fine settimana allu nordo!!

Chi mi conosce sa che sono fissato con pubblicità, unconventional marketing, social networking, social media, bla bla bla (peraltro non mi sono ancora spiegato come riesce a sopravvivere questo mio interesse accanto al desiderio di ritorno ai MIEI mitici ’90!, quando non bevevo, non fumavo, non consumavo alcunché, eppure shtavu megghiu)… ora, sono avvisati anche gli altri (ma gli altri siamo noi???).

La campagna pubblicitaria/elettorale di B. Obama (il sito ufficiale lo trovi qui ) è, senza ombra di dubbio, la più grande, economicamente costosa, incisiva e pervasiva che si sia mai vista e, ad ora, è stata utilizzata una somma di denaro 3 volte superiore a quella che utilizzò il Signor Bush.

Ora, cosa voglio dire…esattamente che a me di politica mi frega una sega, ma che Mr Obama si avvale dell'”aiuto” di agenzie di comunicazione e centri media con le palle sotto!

Quello che segue è uno dei tanti video virali che girano nel web-tubo: caricato il 24 ottobre, ad oggi, quasi 2 milioni di persone lo hanno visto, tanto per dare 2 numeri.

Più riassuntivo, sarcastico, conciso e chiaro di così, forse solo papakash avrebbe potuto.

A me, me piashe.

Ormai lo sapete: storie zen in vernacolo. Che ve lo diciamo a fare: scaricate da QUI (se non funziona, riprovate riprovate riprovate – zen è pace e pacienza – ascoltate in cuffia e godetevi la quinta e penultima puntata della prima serie. A detta di chi l’ha ascoltata in anteprima alla Festa del Cinema a Roma, tra le più toccanti ed efficaci – una delle migliori interpretazioni di PapaKahstoro.

Godetene.

Caro Amintoref, so che puoi sentirmi.

Volevo solo dirti che sei davvero bravo e da ieri sono diventato tuo fan!!

Perciò se non riprendi a suonare ti spezzo i ditini,

così non sarai neppure in grado di scrivere 😀

Il file lo trovate, al solito, QUI.

E ricordate: lo zen presuppone pazienza e cuffie. Ascoltate in cuffia, e se non funziona il download, cliccate, cliccate, cliccate. PapaKashToro è orgoglioso di voi tutti.

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