Ieri, Lecce, Ezekiel pub: la culla della pizzica e del reggae, tutt’al più del più becero indiepop, e invece. C’era Pete Ross in concerto: figlio del più grande cantante italo-australiano, Peter Ciani, il buon Ross è il classico countrymen giramondo. Suona ovunque. Tanto giramondo da finire persino su Raiuno con suo padre e il loro mix di country-canzoni di immigrati italiani, in una trasmissione di suore.

Interrogato a fine concerto su quella trasmissione, Ross si pronuncia più o meno in questo modo: “Che cazzo!”
L’esibizione è un tripudio di country, bluegrass, stivali e camicie a quadri. Onestamente è una delle poche cose per cui vale la pena vivere, se avete idea di cosa sto parlando. C’è spazio per una cover di Bob Dylan, ‘Man in the long black coat’, e per ‘Folsom prison blues’ di Johnny Cash. Basterebbe questo per farmi ripescare la mia camicia di flanella dall’armadio – e qualcuno sa di cosa sto parlando – ma c’è di più: sul palco salgono due ragazzi del pubblico e accade quanto segue.

Si prosegue così, fino alla fine, dopo l’insperato bluegrass, e che il Signore abbia pietà di voi, forestieri, non poteva che esserci un duello di banjo, ma con chitarre. Per farvi un’idea delle urla e dei cappelli sventolati per il pub, infilo qui l’ultimo video. Non c’è che dire: si avvicina il giorno in cui avrò un ranch tutto per me e la sera vi inviterò a sparare ai barattoli di fagioli sistemati sul legno bianco del recinto dei cavalli.

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