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Mentre i giocatori dell’Hull subiscono il sermone dell’allenatore davanti ai tifosi nell’intervallo della partita col Manchester City, il biondino David, fisico statuario da peplum moderno, parte per Dubai, Emirati Arabi, dove starà in ritiro con la sua nuova squadra. E’ lì che passerà il Capodanno, come i suoi compagni, tra allenamenti e autografi. Solo che a lui tocca la scorta: il rischio di attentati kamikaze per uno come lui è troppo alto. David è uno che, tra le varie arti oratorie, ti fa scegliere l’invettiva, o la satira. Uno che andrà via l’8 marzo per tornare a non giocare negli USA. Uno che finisci con l’associare al periodo più nero della storia del Grande Impero: gli anni ’90, i Take That, le finte complicazioni dei rapporti non più tra Corona e Isole Falklands, ma tra i non ancora baronetti e più telegenici Oasis e Blur.

David passerà il capodanno blindato in un’ala dell’hotel, prigioniero della sua non professione, con gli amici Tom e Katie. Non potranno uscire. Per gli autografi e gli allenamenti, i tifosi verranno passati allo scanner. Ammesso che si possa brindare all’anno nuovo con una bevanda analcolica, David non potrà nemmeno bere Pepsi, perché il suo contratto col marchio concorrente della Coca è scaduto da un pezzo.

Gazza dovrebbe assomigliare a un birillo, adesso. Con la sua testa piccolina, abbastanza grande da contenere una gran confusione, e quella pancia alcolica, è il tipo che ti ispira una commedia amara o tutt’al più una frottola. Nell’ultimo anno ha girato l’Europa, probabilmente alla ricerca di alcolici tradizionali più che di campetti di periferia su cui, chissà, ripetere quel pallonetto a scavalcare il difensore e tiro al volo a seguire per stendere la Scozia, più o meno dieci anni fa. L’hanno beccato in Portogallo Sheryl, la moglie, e suo figlio Regan. Chiedeva di morire in pace, nella sua stanza d’albergo non blindato. E, stando all’intervista che il dodicenne Regan ha rilasciato a un tabloid – certe cose sanno farle solo gli inglesi – Gazza il birillo non faceva altro che bere, mangiare dolci, vomitarli in un sacchetto e mangiarli di nuovo. A Regan non interessa più nulla di suo padre, dice. Mentre l’Hull finisce l’incontro sul 5-1 per il Manchester City e la foto dei giocatori stesi sul prato durante l’intervallo sotto gli occhi e le orecchie dei tifosi fa il giro del mondo, Gazza non c’è più.

Ricoverato in una clinica per disintossicarsi dall’alcol a contatto coi cavalli, è riuscito a far perdere le tracce di sé nei tre giorni di vacanza concessi per Natale. Dubito che sia a Dubai, o che qualcuno lo stia cercando sul serio per farsi esplodere nel locale in cui lui è seduto a bere. Al massimo, si finisce a far bisboccia con lui.

Cos’hanno in comune David Beckham e Paul Gascoigne? Sono entrambi due ex giocatori inglesi, spesso coi capelli ossigenati. David è il calcio moderno, forse, che fa di tutto tranne che giocare davvero a calcio. Gazza è quello un po’ più vecchiotto, un po’ più vicino a George Best, quel calcio che giocava a calcio, forse, pur di non entrare in fabbrica, e andava a finire che anche giocare era come avere un lavoro onesto, normale, noioso.

Messa così, la cosa è leggermente retorica, non mi convince. Forse bisognerebbe chiedere al terzino Giuseppe Favalli, uno che ha persino vinto qualche scudetto e qualche coppa e che ha conosciuto Gazza nella Lazio e adesso potrà vedere all’opera David nel Milan tutto marketing&campagne elettorali.

Al momento, David ha perso la Pepsi, e Gazza una famiglia. David è schiavo dei suoi contratti e libero di spassarsela coi soldi, chiuso nell’ala di un albergo a milioni di stelle da qui. Gazza è schiavo della sua piccola testa da birillo e libero di spassarsela chissà dove e chissà con chi, forse, in fin dei conti, persino con George Best, prima o poi.

Buon anno, perfida Albione, il Sudafrica è lontano.

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