gennaio 2009


eh, lo chiedo a te.

Anche se potevo intitolare il post  “what about the word *collettivo*”. Oppure “che idea hai tu del nulla?” sei più vicino all’ottica di Atreju, o a quella dei matematici?

Ad ogni modo, qui c’è qualcosa che non va. E che sta fagocitando le nostre parole, le nostre lettere (si anche le tue, cretino). I pensieri, speriamo ancora di no.

Se non hai niente da dire, puoi sempre dirlo, così lo sappiamo che non hai niente da dire. Ma se non lo dici, beh, io mi aspetto che tu me lo dica che non vuoi dirmelo.

Spero di essere stato un *attimino* chiaro.

Ciao bel bambino, ciao

Sentimi sentimi senti che storia

senti che storia che storia che storia

E’ una storia che fa rima con boria

e come tutte le storie

Basta con le rime.

E’ la storia di un panzon caballero

che si crede invero sì molto sincero.

Ma basta rime: lui ti dirà

che ama tua moglie perché è volgare

quanto basta per andare giù col ditale.

Il panzon caballero l’è n gran pistolero

Ernesto Saralegui il suo nom,

s’aggira per strada col fare di chi

nato piazza, in piazza ci muore,

in attesa che glisattesti il cognome.

Ernesto sotto l’orologio è come

l’anguria nfilata di già in sul bagnasciuga

Scorge la preda no, l’annusa

odor di sconfitta stamane senhor,

odor di chiesa ruggine e sanguisughe

senhor,

Ernesto Saralegui non perdona senhor.

Dall’altra parte s’aggira denso di cuor e pensieri

Caparossa Giulio all’anagrafe in arte Il Ragionier

finisce che l’è tutto un pommodor, signor

senz’armi né anima signori, pagate il biglietto

o voi che cazzi vostri faceste in occasion soltanto d’anni bisestili.

Fatto salvo il ritmo della danza altrui

e madrigale e frottola signori,

vaudeville se preferite il cappero

ma il cappero tra patate e pomodori signori

se mangia col patato e il pomodoro

se no è acre come succo di vita grama, signori.

Accorrete!

Siate numerosi e bucatevi d’amplessi!

Giunge l’intermezzo: sotto il sole di terra di mezzo

Un altro panzon, senza ombra di caballer, racconta

che quel dì preciso alla data ora precisa in quel luogo preciso

cotal guitarista mariachi sbronzo e assorto suonò:

LA# Sib MI- RE RE SOL SOL7 Sib- DO DO7 FA DO7

e poi disse: Chista me la fotto io,

e di così fu che fuggì con tal Maddalén,

puta de pais, non di mestier, ma por circostanz.

Maddalén, volgare puta fedele, volgare come

l’ultimo avvoltoio che becca la carcassa, non è rimasto niente, ma lui becca, più per convenzione che per fame, lui sì, è volgare, non è rimasto niente, solo fantasmi d’altri avvoltoi travestiti d’avvoltoi.

Dicevamo.

Dicevano.

Ché la prima volta lei disse: Dai facimmolo,

baciami tutta, già t’amo

con quella lingua sospesa tra incisivi e canini

un vampiro cortese e maldido.

Ché la seconda volta il mariachi

nemmen ricorda: giacché tacque d’arnese

ma non di bocca e disse, all’amico infido:

E fu un disastro, riproverem tamburellando coiti

pensando al massimo d’inferno.

Ché la terza volta l’andò bene:

ma lui fece sentir di che pasta è fatto l’om e merd’.

Di tanto Ernesto Saralegui e Caparossa Giulio all’ufficio eletti

duellevan senza rancore, a suon di vipere tenute di collottola

tant’è che dissero:

Non dissero niente.

Se n’andarono ognun di per la su strada,

spargendo di quei semini che si trovan di per il letam

por ritrovar la strada che si fa d’ombra quando la puta è ghiuta.

Dunque adesso questa diventa una storia d’amore da discount tra un chitarrista mariachi e una puttana che non riesce a riconoscersi come tale.

«Amor mio che tutto distruggi quando te riendi conto che tutto finne» disse Adolfo El Mariachi a Maddalén la prima volta che ella si chinò per suggerglielo.

«Finisie sempre col pensar che hai sunto altrove, io ne soffro, ahi, ahi, ahi».

«Tu es un teston de mierda, tu son de puta, tu – tu pavide».

«Nessuno mi chiama fifone».

Finiron là col suggersi a vicenda, ma l’amor

come una polaroid d’amori già visti e scartati

andò via strisciando sulla propria bava.

L’indomani, ché tutto succede l’indomani,

ché tutto succede in un giorno solo,

ché tutto è un incastro e incastro fa rima

con patibolo

e patibolo con il posto del pozzo,

e dunque si finisce ad Afragola.

Ad Afragola, Maddalén riprovò con quella sua vita

che era vita fusa con bronzo e tacche piccole tacche

rimastegliele di oro da Caparossa Giulio all’ufficio redditi

E insomma intanto Adolfo il Mariachi si innamorò di una generale fimmina

fimmina fimmina che controllò

che Adolfo ci avisse le palle.

Gliele toccò e soppesò e disse: Tu uomo non sei

ma in mancanza d’altro va bene.

Intanto Ernesto Saralegui era stato ucciso in duello dal Barone.

Intanto Caparossa Giulio al catasto era stato messo sotto da un camion che trasportava Patatine Paranoia pelate quando erano patate in Germania, fritte in Sicilia, imbustate a El Salvador. Era morto, certo.

Mentre la generale fimmina cavalca Adolfo El Mariachi pensa a Maddalén, che era meglio con lei, era meglio, tanto lei era puta e non apparteneva al suo dolore.

La puta era accesa di un colore baio quando entrò:

e strappò Adolfo alle lenzuola e disse

alla generale fimmina:

ma fimmina fimmina, ché quasi l’amavi:

«Te insegno io la puta».

La generale fimmina andò via

contando l’inizio dalla guerra in Iran

(mancano 153 giorni 8 otre e 9 minuti, ora di New York, NY)

e nemmen guardò la corda bianca fluttarsi nell’aere

DING DONG – INTERVALLO

Da Morimoto Frutta, Verdura&Ingranaggi

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per un pranzo in stile ionico dorico et corinzio

in alternativa al solito romanzo americano

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Ma ricorda: solo da Morimoto F, V&I

troverai sconti, scanti e iperboli

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Da Morimoto F, V&I in piazza del Mercato della Piazza,

ogni giovedì su BigMeal Channel Associated &Co.

FINE INTERVALLO

Mesi dopo El Mariachi Adolfo pensò: ché stava meglio

con la generale fimmina fimmina,

ché quasi la mava

come il neon colle mosche.

Dove? Dove era finita?

La veva vista n’altra volta:

ella aveva detto:

ché sei uno stronzo figardo

e ti piace cantar co la guitara in EBEG#BE

chéccosì nessuno ti capisce

Ebbene io, io non ti aiuterò.

E andò via, se n’era andata.

E Adolfo El Mariachi pianse così tanto che

pianse per una vita intera

e scrisse una canzone:

«Yo soy el nino sincero

de donde paso no pasa nada

no pasa nada

Que pasa, chica? Esto es un mondo

muy diverso qosì diverso que te dico

adios, adios, adios»

E si suicidò, metaforicamente parlando.

Alcuni film hanno il secondo tempo più breve del primo, dopo l’intervallo, così io vi dirò:

Maddalén la puta riesumò il corpo

di Caparossa Giulio alla motorizzazione

e pensò che fosse vivo,

come ogni corpo riesumato

e lo consumò vieppiù,

se fosse possibile,

ben più della morte istessa.

Fin quando un giorno il Caparossa si levò

tossendo e masticando parole

d’afror convenzionale

e domandando lieve

come piuma che s’gonfia d’aria viziata

:

«Quando ebbe fine, se mai l’ebbe, e se d’inizio parlasti?»

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«[…]quantunque la teoria e gli studi sui nonluoghi possano ancora dare un contributo essenziale al dibattito sull’uomo-in-essere di questi anni, a patto di non fare un passo indietro pur di illudersi di poter andare avanti all’indomani di nuove scoperte tecnologiche. Per molto tempo si è pensato effettivamente ai nonluoghi come a dei luoghi qualsiasi, si è finito per farlo; si è supposto che fossero osservabili in quanto entità definite e isolabili nello spazio, che prescindono dagli attori che in essi agiscono. Sto semplificando, ma direi che l’ardore della discussione e della successiva volgarizzazione delle teorie sui nonluoghi avevano il destino segnato. Dunque: per capire l’uomo-in-essere, bisogna osservare gli ambienti nei quali lo stesso agisce e, come sappiamo, finisce per agire (e dunque non solo attraversare) sempre più in nonluoghi. Due parole sui nonluoghi, allora: punti dello spazio in cui vi è assenza di tempo in sé (non contano gli orari degli attori, ma del nonluogo), che non sono ancora luoghi veri e propri (l’aeroporto di Parigi non è ancora Parigi) e, soprattutto, senza identità. Ma, postulando l’agire di individui all’interno di luoghi/nonluoghi (agire testimoniato dalla stessa copiosa letteratura a riguardo, non solo scientifica) possiamo arguire ciò che è insito nella storia dell’uomo e che chiunque saprebbe dire, persino a digiuno di qualsiasi cenno antropologico: e cioè che ogni luogo che è agito dall’uomo viene connotato da una qualsiasi identità, seppur soggettiva e transitoria (ed è qui il vero punto di forza della teoria dei nonluoghi) […].

Dunque, come detto, ogni luogo agito agisce a sua volta sull’attore: come una parete dipinta lascia delle macchie sui vestiti dell’imbanchino […] noi dobbiamo interrogarci sul quesito che proprio la rete porta in auge da almeno un decennio: quanto è provvisorio l’essere-in-uomo, quanto lo è l’uomo-in-essere? Essendo agito dal nonluogo, l’uomo-in-essere porta con sé segni indelebili di quell’esperienza. Segni che, di fronte a un’altra esperienza atemporale e quotidiana come quella dell’approccio al web, finiscono per esplodere in mille contraddizioni. Un nonluogo è agito e abitato da diverse identità. Una sola identità quanti nonluoghi e identità di riflesso può contenere? […]

Non sappiamo ancora se arriveremo a definire una qualche teoria sul nonuomo. Ma a questo punto vorrei portare l’attenzione sulle chat e sull’Instant Messaging (IM) con cui milioni di giovani comunicano in giro per il mondo. Cosa accade quando, facendo un esempio melenso al limite del melodrammatico, si parla con la propria ragazza, discutendo della propria relazione in crisi, e il cervello comincia ad elaborare sensazioni appropriate per quella discussione; ed ecco che si apre un’altra finestra di IM, in cui il nostro migliore amico ci manda il link di una trasmissione televisiva in cui si parla di football? E contemporaneamente si tiene una conversazione con una cugina lontana che non si vede da anni? Quali sensazioni, emozioni, informazioni vengono scelte dal cervello? Per molto tempo la risposta a questa domanda è stata: ogni cosa. L’uomo-in-essere ha trovato la sua risposta nel multitasking. Ma sorge il dubbio che la risposta sia nelle teorie dei tipi proteiformi (Rifkin) e dei nonluoghi, appunto. E cioè che l’uomo-in-essere non sia tante cose, ma il calco, il modello pronto ad accogliere ogni cosa, ancora di là da essere compiuto, come un nonluogo, per adesso condannato a replicarne sintomi e visioni in virtù dell’esperienza suprema che ad oggi rappresenta proprio la rete nel campo dei nonluoghi; e che perciò, ad oggi, sia vuoto, questo nonuomo che deve ancora svuotarsi prima di poter accogliere il tutto e conoscere la fine del suo viaggio da uomo-in-essere

Thomas Kunster, L’uomo-in-essere. Attacco all’anima bianca, NUT Edizioni

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Wanda Jee si svegliò di primo mattino con un dolore intenso alla bocca dello stomaco. Sapeva di cosa si trattava. Per tutta la casa c’era ancora l’odore di lucucugnole arrostite e splasci fritti con contorno di crema di ghiumole. Wanda s’alzò dal letto senza dare nemmeno uno sguardo al corpo del Barone che dormiva come morto accanto a lei. Sapeva di cosa si trattava, Wanda Jee, e corse in bagno. Vomitò bile, gin e lucucugnole, poi tornò in camera e sedette alla scrivania. Guardava dalla finestra. Il mondo intero era imbiancato, il viale era un immenso punto interrogativo i cui limiti erano alberi piegati dal peso della neve. Pensò: «Puttana eva» e grattò con le unghie sulla scrivania. Poi sentì il Barone che muggiva qualcosa nel sonno, adesso più agitato.

«Paco, per la miseria, Paco» diceva il Barone.

Wanda Jee sentì il conato risalirle stomaco, esofago e fermarsi sulla laringe. Trattenne l’impulso di vomitare ancora e fece un rutto, poi aprì il cassetto della scrivania mentre il Barone muggiva ancora nel sonno, a suo modo beato, adesso. Dal cassetto, tirò fuori una risma di fogli dattiloscritti e la bottiglia di gin. Bevve. Cominciò a leggere.

«Wanda Jee? Sei sveglia?» chiese il Barone.

«Porca puttana, sì, coglione, sì che sono sveglia».

«Scopiamo».

«Giratelo in culo, fascista del cazzo».

Poi Wanda Jee guardò fuori. Ancora tutto imbiancato, in fondo, l’ombra di due montagne come gemelle depresse.

Il Barone si alzò di scatto e andò in bagno. Vomitò tre volte e tornò da Wanda Jee. Le chiese del gin e bevve un sorso piuttosto lungo, giusto per ammazzare l’odore delle lucucugnole.

«Sei depressa, Wanda Jee?», chiese.

«Fatti gli affari tuoi, tu e i tuoi fottuti splasci fritti».

«Cos’è, non t’è piaciuto?»

«Sta’ zitto, sto leggendo il mio romanzo americano».

«Ancora con questa storia. Che farai, andrai via?»

«Questo posto fa schifo, devo andarmene o diventerò come te. Dammi il gin.»

Il Barone allungò il gin e si sentì perduto per un attimo. Ebbe un capogiro e, prima di finire a terra, riuscì a perdere di mano la bottiglia. Quando riprese i sensi, Wanda Jee era impazzita, camminava nuda agitandosi per la stanza e urlava: «Puttana miseria, guarda, stronzo, hai imbrattato il mio cazzo di romanzo americano del cazzo, guarda, stronzo, guarda, col tuo gin del cazzo!».

Il Barone guardò il soffitto, disteso per terra. L’umidità si stava mangiucchiando persino il lampadario coi suoi ricami a maioliche. Per l’ultima volta sentì la bocca impastata di crema di ghiumole e gin e sussurrò: «Paco, per la miseria, Paco». Poi si addormentò.

Ah, finalmente! Ho sempre immaginato la parodia di questo spot e adesso la ritrovo su youtube. Non mi piace postare sempre video, ma ultimamente ho qualche problemino con il groviglio che c’ho nella capa e che non riesco a sbrogliare.

Nah, nah.

atei1

la notizia, al solito, la trovate cliKKando sull’immagine

Siete pronti alla fine del mondo?

Siete pronti al 2012?

E il 2015? fesso è?

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