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Wanda Jee si svegliò di primo mattino con un dolore intenso alla bocca dello stomaco. Sapeva di cosa si trattava. Per tutta la casa c’era ancora l’odore di lucucugnole arrostite e splasci fritti con contorno di crema di ghiumole. Wanda s’alzò dal letto senza dare nemmeno uno sguardo al corpo del Barone che dormiva come morto accanto a lei. Sapeva di cosa si trattava, Wanda Jee, e corse in bagno. Vomitò bile, gin e lucucugnole, poi tornò in camera e sedette alla scrivania. Guardava dalla finestra. Il mondo intero era imbiancato, il viale era un immenso punto interrogativo i cui limiti erano alberi piegati dal peso della neve. Pensò: «Puttana eva» e grattò con le unghie sulla scrivania. Poi sentì il Barone che muggiva qualcosa nel sonno, adesso più agitato.

«Paco, per la miseria, Paco» diceva il Barone.

Wanda Jee sentì il conato risalirle stomaco, esofago e fermarsi sulla laringe. Trattenne l’impulso di vomitare ancora e fece un rutto, poi aprì il cassetto della scrivania mentre il Barone muggiva ancora nel sonno, a suo modo beato, adesso. Dal cassetto, tirò fuori una risma di fogli dattiloscritti e la bottiglia di gin. Bevve. Cominciò a leggere.

«Wanda Jee? Sei sveglia?» chiese il Barone.

«Porca puttana, sì, coglione, sì che sono sveglia».

«Scopiamo».

«Giratelo in culo, fascista del cazzo».

Poi Wanda Jee guardò fuori. Ancora tutto imbiancato, in fondo, l’ombra di due montagne come gemelle depresse.

Il Barone si alzò di scatto e andò in bagno. Vomitò tre volte e tornò da Wanda Jee. Le chiese del gin e bevve un sorso piuttosto lungo, giusto per ammazzare l’odore delle lucucugnole.

«Sei depressa, Wanda Jee?», chiese.

«Fatti gli affari tuoi, tu e i tuoi fottuti splasci fritti».

«Cos’è, non t’è piaciuto?»

«Sta’ zitto, sto leggendo il mio romanzo americano».

«Ancora con questa storia. Che farai, andrai via?»

«Questo posto fa schifo, devo andarmene o diventerò come te. Dammi il gin.»

Il Barone allungò il gin e si sentì perduto per un attimo. Ebbe un capogiro e, prima di finire a terra, riuscì a perdere di mano la bottiglia. Quando riprese i sensi, Wanda Jee era impazzita, camminava nuda agitandosi per la stanza e urlava: «Puttana miseria, guarda, stronzo, hai imbrattato il mio cazzo di romanzo americano del cazzo, guarda, stronzo, guarda, col tuo gin del cazzo!».

Il Barone guardò il soffitto, disteso per terra. L’umidità si stava mangiucchiando persino il lampadario coi suoi ricami a maioliche. Per l’ultima volta sentì la bocca impastata di crema di ghiumole e gin e sussurrò: «Paco, per la miseria, Paco». Poi si addormentò.

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