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«[…]quantunque la teoria e gli studi sui nonluoghi possano ancora dare un contributo essenziale al dibattito sull’uomo-in-essere di questi anni, a patto di non fare un passo indietro pur di illudersi di poter andare avanti all’indomani di nuove scoperte tecnologiche. Per molto tempo si è pensato effettivamente ai nonluoghi come a dei luoghi qualsiasi, si è finito per farlo; si è supposto che fossero osservabili in quanto entità definite e isolabili nello spazio, che prescindono dagli attori che in essi agiscono. Sto semplificando, ma direi che l’ardore della discussione e della successiva volgarizzazione delle teorie sui nonluoghi avevano il destino segnato. Dunque: per capire l’uomo-in-essere, bisogna osservare gli ambienti nei quali lo stesso agisce e, come sappiamo, finisce per agire (e dunque non solo attraversare) sempre più in nonluoghi. Due parole sui nonluoghi, allora: punti dello spazio in cui vi è assenza di tempo in sé (non contano gli orari degli attori, ma del nonluogo), che non sono ancora luoghi veri e propri (l’aeroporto di Parigi non è ancora Parigi) e, soprattutto, senza identità. Ma, postulando l’agire di individui all’interno di luoghi/nonluoghi (agire testimoniato dalla stessa copiosa letteratura a riguardo, non solo scientifica) possiamo arguire ciò che è insito nella storia dell’uomo e che chiunque saprebbe dire, persino a digiuno di qualsiasi cenno antropologico: e cioè che ogni luogo che è agito dall’uomo viene connotato da una qualsiasi identità, seppur soggettiva e transitoria (ed è qui il vero punto di forza della teoria dei nonluoghi) […].

Dunque, come detto, ogni luogo agito agisce a sua volta sull’attore: come una parete dipinta lascia delle macchie sui vestiti dell’imbanchino […] noi dobbiamo interrogarci sul quesito che proprio la rete porta in auge da almeno un decennio: quanto è provvisorio l’essere-in-uomo, quanto lo è l’uomo-in-essere? Essendo agito dal nonluogo, l’uomo-in-essere porta con sé segni indelebili di quell’esperienza. Segni che, di fronte a un’altra esperienza atemporale e quotidiana come quella dell’approccio al web, finiscono per esplodere in mille contraddizioni. Un nonluogo è agito e abitato da diverse identità. Una sola identità quanti nonluoghi e identità di riflesso può contenere? […]

Non sappiamo ancora se arriveremo a definire una qualche teoria sul nonuomo. Ma a questo punto vorrei portare l’attenzione sulle chat e sull’Instant Messaging (IM) con cui milioni di giovani comunicano in giro per il mondo. Cosa accade quando, facendo un esempio melenso al limite del melodrammatico, si parla con la propria ragazza, discutendo della propria relazione in crisi, e il cervello comincia ad elaborare sensazioni appropriate per quella discussione; ed ecco che si apre un’altra finestra di IM, in cui il nostro migliore amico ci manda il link di una trasmissione televisiva in cui si parla di football? E contemporaneamente si tiene una conversazione con una cugina lontana che non si vede da anni? Quali sensazioni, emozioni, informazioni vengono scelte dal cervello? Per molto tempo la risposta a questa domanda è stata: ogni cosa. L’uomo-in-essere ha trovato la sua risposta nel multitasking. Ma sorge il dubbio che la risposta sia nelle teorie dei tipi proteiformi (Rifkin) e dei nonluoghi, appunto. E cioè che l’uomo-in-essere non sia tante cose, ma il calco, il modello pronto ad accogliere ogni cosa, ancora di là da essere compiuto, come un nonluogo, per adesso condannato a replicarne sintomi e visioni in virtù dell’esperienza suprema che ad oggi rappresenta proprio la rete nel campo dei nonluoghi; e che perciò, ad oggi, sia vuoto, questo nonuomo che deve ancora svuotarsi prima di poter accogliere il tutto e conoscere la fine del suo viaggio da uomo-in-essere

Thomas Kunster, L’uomo-in-essere. Attacco all’anima bianca, NUT Edizioni

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