Sentimi sentimi senti che storia

senti che storia che storia che storia

E’ una storia che fa rima con boria

e come tutte le storie

Basta con le rime.

E’ la storia di un panzon caballero

che si crede invero sì molto sincero.

Ma basta rime: lui ti dirà

che ama tua moglie perché è volgare

quanto basta per andare giù col ditale.

Il panzon caballero l’è n gran pistolero

Ernesto Saralegui il suo nom,

s’aggira per strada col fare di chi

nato piazza, in piazza ci muore,

in attesa che glisattesti il cognome.

Ernesto sotto l’orologio è come

l’anguria nfilata di già in sul bagnasciuga

Scorge la preda no, l’annusa

odor di sconfitta stamane senhor,

odor di chiesa ruggine e sanguisughe

senhor,

Ernesto Saralegui non perdona senhor.

Dall’altra parte s’aggira denso di cuor e pensieri

Caparossa Giulio all’anagrafe in arte Il Ragionier

finisce che l’è tutto un pommodor, signor

senz’armi né anima signori, pagate il biglietto

o voi che cazzi vostri faceste in occasion soltanto d’anni bisestili.

Fatto salvo il ritmo della danza altrui

e madrigale e frottola signori,

vaudeville se preferite il cappero

ma il cappero tra patate e pomodori signori

se mangia col patato e il pomodoro

se no è acre come succo di vita grama, signori.

Accorrete!

Siate numerosi e bucatevi d’amplessi!

Giunge l’intermezzo: sotto il sole di terra di mezzo

Un altro panzon, senza ombra di caballer, racconta

che quel dì preciso alla data ora precisa in quel luogo preciso

cotal guitarista mariachi sbronzo e assorto suonò:

LA# Sib MI- RE RE SOL SOL7 Sib- DO DO7 FA DO7

e poi disse: Chista me la fotto io,

e di così fu che fuggì con tal Maddalén,

puta de pais, non di mestier, ma por circostanz.

Maddalén, volgare puta fedele, volgare come

l’ultimo avvoltoio che becca la carcassa, non è rimasto niente, ma lui becca, più per convenzione che per fame, lui sì, è volgare, non è rimasto niente, solo fantasmi d’altri avvoltoi travestiti d’avvoltoi.

Dicevamo.

Dicevano.

Ché la prima volta lei disse: Dai facimmolo,

baciami tutta, già t’amo

con quella lingua sospesa tra incisivi e canini

un vampiro cortese e maldido.

Ché la seconda volta il mariachi

nemmen ricorda: giacché tacque d’arnese

ma non di bocca e disse, all’amico infido:

E fu un disastro, riproverem tamburellando coiti

pensando al massimo d’inferno.

Ché la terza volta l’andò bene:

ma lui fece sentir di che pasta è fatto l’om e merd’.

Di tanto Ernesto Saralegui e Caparossa Giulio all’ufficio eletti

duellevan senza rancore, a suon di vipere tenute di collottola

tant’è che dissero:

Non dissero niente.

Se n’andarono ognun di per la su strada,

spargendo di quei semini che si trovan di per il letam

por ritrovar la strada che si fa d’ombra quando la puta è ghiuta.

Dunque adesso questa diventa una storia d’amore da discount tra un chitarrista mariachi e una puttana che non riesce a riconoscersi come tale.

«Amor mio che tutto distruggi quando te riendi conto che tutto finne» disse Adolfo El Mariachi a Maddalén la prima volta che ella si chinò per suggerglielo.

«Finisie sempre col pensar che hai sunto altrove, io ne soffro, ahi, ahi, ahi».

«Tu es un teston de mierda, tu son de puta, tu – tu pavide».

«Nessuno mi chiama fifone».

Finiron là col suggersi a vicenda, ma l’amor

come una polaroid d’amori già visti e scartati

andò via strisciando sulla propria bava.

L’indomani, ché tutto succede l’indomani,

ché tutto succede in un giorno solo,

ché tutto è un incastro e incastro fa rima

con patibolo

e patibolo con il posto del pozzo,

e dunque si finisce ad Afragola.

Ad Afragola, Maddalén riprovò con quella sua vita

che era vita fusa con bronzo e tacche piccole tacche

rimastegliele di oro da Caparossa Giulio all’ufficio redditi

E insomma intanto Adolfo il Mariachi si innamorò di una generale fimmina

fimmina fimmina che controllò

che Adolfo ci avisse le palle.

Gliele toccò e soppesò e disse: Tu uomo non sei

ma in mancanza d’altro va bene.

Intanto Ernesto Saralegui era stato ucciso in duello dal Barone.

Intanto Caparossa Giulio al catasto era stato messo sotto da un camion che trasportava Patatine Paranoia pelate quando erano patate in Germania, fritte in Sicilia, imbustate a El Salvador. Era morto, certo.

Mentre la generale fimmina cavalca Adolfo El Mariachi pensa a Maddalén, che era meglio con lei, era meglio, tanto lei era puta e non apparteneva al suo dolore.

La puta era accesa di un colore baio quando entrò:

e strappò Adolfo alle lenzuola e disse

alla generale fimmina:

ma fimmina fimmina, ché quasi l’amavi:

«Te insegno io la puta».

La generale fimmina andò via

contando l’inizio dalla guerra in Iran

(mancano 153 giorni 8 otre e 9 minuti, ora di New York, NY)

e nemmen guardò la corda bianca fluttarsi nell’aere

DING DONG – INTERVALLO

Da Morimoto Frutta, Verdura&Ingranaggi

Da Morimoto F, V&I troverai tutto quello che necessiti

per un pranzo in stile ionico dorico et corinzio

in alternativa al solito romanzo americano

carica la tua apecar di F, V&I

carica il tuo dolly di F, V&I

carica il tuo monstertruck di F, V&I

Ma ricorda: solo da Morimoto F, V&I

troverai sconti, scanti e iperboli

in omaggio coi saldi di F, V&I

Da Morimoto F, V&I in piazza del Mercato della Piazza,

ogni giovedì su BigMeal Channel Associated &Co.

FINE INTERVALLO

Mesi dopo El Mariachi Adolfo pensò: ché stava meglio

con la generale fimmina fimmina,

ché quasi la mava

come il neon colle mosche.

Dove? Dove era finita?

La veva vista n’altra volta:

ella aveva detto:

ché sei uno stronzo figardo

e ti piace cantar co la guitara in EBEG#BE

chéccosì nessuno ti capisce

Ebbene io, io non ti aiuterò.

E andò via, se n’era andata.

E Adolfo El Mariachi pianse così tanto che

pianse per una vita intera

e scrisse una canzone:

«Yo soy el nino sincero

de donde paso no pasa nada

no pasa nada

Que pasa, chica? Esto es un mondo

muy diverso qosì diverso que te dico

adios, adios, adios»

E si suicidò, metaforicamente parlando.

Alcuni film hanno il secondo tempo più breve del primo, dopo l’intervallo, così io vi dirò:

Maddalén la puta riesumò il corpo

di Caparossa Giulio alla motorizzazione

e pensò che fosse vivo,

come ogni corpo riesumato

e lo consumò vieppiù,

se fosse possibile,

ben più della morte istessa.

Fin quando un giorno il Caparossa si levò

tossendo e masticando parole

d’afror convenzionale

e domandando lieve

come piuma che s’gonfia d’aria viziata

:

«Quando ebbe fine, se mai l’ebbe, e se d’inizio parlasti?»

Annunci