scritti


Ecco quello che penso dei maravigliosi tempi-che-corrono. Non so gli altri bananassici, forse non pensano, ma io sì. Penso questo. Proprio questo.

scaricalo, larvaccia. QUI.

Annunci

Racconto una storiella universale. Una cosa che può capitare dappertutto.

Al mio paese c’è un EX senatore della Repubblica, ex missino, poi AN, già nell’occhio del ciclone per vicende di presunte raccomandazioni in concorsi pubblici e scivoloni in tv (su La7, trasmissione Italian Job, si fece prendere per i fondelli dall’attore travestito da imprenditore russo che voleva aprire casinò in Puglia), certamente testimone della cattiva gestione della politica in terra di Brindisi che

mioddio quant’è lunga ‘sta frase

che dopo piroette, giravolte, capriole, frizzi e lazzi, finisce nel giro dell’UDC (ma come?! un post-fasc… come si chiamano?, con i democristiani?) e fin qui tutto bene ma

dico

tra “inciuci” provinciali e amministrativi che fa? finisce pure col PD!

insomma, questo post(-fasc…) è solo una scusa per:

1. riprendere, da parte del sottoscritto, un seppur minimo rapporto coi puntini di sosp…;

2. infilare la canzone del video quissù; già mi immagino i comizi del PD, tutti insieme col braccio bello teso in aria, come quando c’era lui.

(versione Afterhours perché il PD è un partito gggiovane; il nome dell’EX senatore? diciamo che non è lungo, ecco)

Sentimi sentimi senti che storia

senti che storia che storia che storia

E’ una storia che fa rima con boria

e come tutte le storie

Basta con le rime.

E’ la storia di un panzon caballero

che si crede invero sì molto sincero.

Ma basta rime: lui ti dirà

che ama tua moglie perché è volgare

quanto basta per andare giù col ditale.

Il panzon caballero l’è n gran pistolero

Ernesto Saralegui il suo nom,

s’aggira per strada col fare di chi

nato piazza, in piazza ci muore,

in attesa che glisattesti il cognome.

Ernesto sotto l’orologio è come

l’anguria nfilata di già in sul bagnasciuga

Scorge la preda no, l’annusa

odor di sconfitta stamane senhor,

odor di chiesa ruggine e sanguisughe

senhor,

Ernesto Saralegui non perdona senhor.

Dall’altra parte s’aggira denso di cuor e pensieri

Caparossa Giulio all’anagrafe in arte Il Ragionier

finisce che l’è tutto un pommodor, signor

senz’armi né anima signori, pagate il biglietto

o voi che cazzi vostri faceste in occasion soltanto d’anni bisestili.

Fatto salvo il ritmo della danza altrui

e madrigale e frottola signori,

vaudeville se preferite il cappero

ma il cappero tra patate e pomodori signori

se mangia col patato e il pomodoro

se no è acre come succo di vita grama, signori.

Accorrete!

Siate numerosi e bucatevi d’amplessi!

Giunge l’intermezzo: sotto il sole di terra di mezzo

Un altro panzon, senza ombra di caballer, racconta

che quel dì preciso alla data ora precisa in quel luogo preciso

cotal guitarista mariachi sbronzo e assorto suonò:

LA# Sib MI- RE RE SOL SOL7 Sib- DO DO7 FA DO7

e poi disse: Chista me la fotto io,

e di così fu che fuggì con tal Maddalén,

puta de pais, non di mestier, ma por circostanz.

Maddalén, volgare puta fedele, volgare come

l’ultimo avvoltoio che becca la carcassa, non è rimasto niente, ma lui becca, più per convenzione che per fame, lui sì, è volgare, non è rimasto niente, solo fantasmi d’altri avvoltoi travestiti d’avvoltoi.

Dicevamo.

Dicevano.

Ché la prima volta lei disse: Dai facimmolo,

baciami tutta, già t’amo

con quella lingua sospesa tra incisivi e canini

un vampiro cortese e maldido.

Ché la seconda volta il mariachi

nemmen ricorda: giacché tacque d’arnese

ma non di bocca e disse, all’amico infido:

E fu un disastro, riproverem tamburellando coiti

pensando al massimo d’inferno.

Ché la terza volta l’andò bene:

ma lui fece sentir di che pasta è fatto l’om e merd’.

Di tanto Ernesto Saralegui e Caparossa Giulio all’ufficio eletti

duellevan senza rancore, a suon di vipere tenute di collottola

tant’è che dissero:

Non dissero niente.

Se n’andarono ognun di per la su strada,

spargendo di quei semini che si trovan di per il letam

por ritrovar la strada che si fa d’ombra quando la puta è ghiuta.

Dunque adesso questa diventa una storia d’amore da discount tra un chitarrista mariachi e una puttana che non riesce a riconoscersi come tale.

«Amor mio che tutto distruggi quando te riendi conto che tutto finne» disse Adolfo El Mariachi a Maddalén la prima volta che ella si chinò per suggerglielo.

«Finisie sempre col pensar che hai sunto altrove, io ne soffro, ahi, ahi, ahi».

«Tu es un teston de mierda, tu son de puta, tu – tu pavide».

«Nessuno mi chiama fifone».

Finiron là col suggersi a vicenda, ma l’amor

come una polaroid d’amori già visti e scartati

andò via strisciando sulla propria bava.

L’indomani, ché tutto succede l’indomani,

ché tutto succede in un giorno solo,

ché tutto è un incastro e incastro fa rima

con patibolo

e patibolo con il posto del pozzo,

e dunque si finisce ad Afragola.

Ad Afragola, Maddalén riprovò con quella sua vita

che era vita fusa con bronzo e tacche piccole tacche

rimastegliele di oro da Caparossa Giulio all’ufficio redditi

E insomma intanto Adolfo il Mariachi si innamorò di una generale fimmina

fimmina fimmina che controllò

che Adolfo ci avisse le palle.

Gliele toccò e soppesò e disse: Tu uomo non sei

ma in mancanza d’altro va bene.

Intanto Ernesto Saralegui era stato ucciso in duello dal Barone.

Intanto Caparossa Giulio al catasto era stato messo sotto da un camion che trasportava Patatine Paranoia pelate quando erano patate in Germania, fritte in Sicilia, imbustate a El Salvador. Era morto, certo.

Mentre la generale fimmina cavalca Adolfo El Mariachi pensa a Maddalén, che era meglio con lei, era meglio, tanto lei era puta e non apparteneva al suo dolore.

La puta era accesa di un colore baio quando entrò:

e strappò Adolfo alle lenzuola e disse

alla generale fimmina:

ma fimmina fimmina, ché quasi l’amavi:

«Te insegno io la puta».

La generale fimmina andò via

contando l’inizio dalla guerra in Iran

(mancano 153 giorni 8 otre e 9 minuti, ora di New York, NY)

e nemmen guardò la corda bianca fluttarsi nell’aere

DING DONG – INTERVALLO

Da Morimoto Frutta, Verdura&Ingranaggi

Da Morimoto F, V&I troverai tutto quello che necessiti

per un pranzo in stile ionico dorico et corinzio

in alternativa al solito romanzo americano

carica la tua apecar di F, V&I

carica il tuo dolly di F, V&I

carica il tuo monstertruck di F, V&I

Ma ricorda: solo da Morimoto F, V&I

troverai sconti, scanti e iperboli

in omaggio coi saldi di F, V&I

Da Morimoto F, V&I in piazza del Mercato della Piazza,

ogni giovedì su BigMeal Channel Associated &Co.

FINE INTERVALLO

Mesi dopo El Mariachi Adolfo pensò: ché stava meglio

con la generale fimmina fimmina,

ché quasi la mava

come il neon colle mosche.

Dove? Dove era finita?

La veva vista n’altra volta:

ella aveva detto:

ché sei uno stronzo figardo

e ti piace cantar co la guitara in EBEG#BE

chéccosì nessuno ti capisce

Ebbene io, io non ti aiuterò.

E andò via, se n’era andata.

E Adolfo El Mariachi pianse così tanto che

pianse per una vita intera

e scrisse una canzone:

«Yo soy el nino sincero

de donde paso no pasa nada

no pasa nada

Que pasa, chica? Esto es un mondo

muy diverso qosì diverso que te dico

adios, adios, adios»

E si suicidò, metaforicamente parlando.

Alcuni film hanno il secondo tempo più breve del primo, dopo l’intervallo, così io vi dirò:

Maddalén la puta riesumò il corpo

di Caparossa Giulio alla motorizzazione

e pensò che fosse vivo,

come ogni corpo riesumato

e lo consumò vieppiù,

se fosse possibile,

ben più della morte istessa.

Fin quando un giorno il Caparossa si levò

tossendo e masticando parole

d’afror convenzionale

e domandando lieve

come piuma che s’gonfia d’aria viziata

:

«Quando ebbe fine, se mai l’ebbe, e se d’inizio parlasti?»

jeff2-copy

Wanda Jee si svegliò di primo mattino con un dolore intenso alla bocca dello stomaco. Sapeva di cosa si trattava. Per tutta la casa c’era ancora l’odore di lucucugnole arrostite e splasci fritti con contorno di crema di ghiumole. Wanda s’alzò dal letto senza dare nemmeno uno sguardo al corpo del Barone che dormiva come morto accanto a lei. Sapeva di cosa si trattava, Wanda Jee, e corse in bagno. Vomitò bile, gin e lucucugnole, poi tornò in camera e sedette alla scrivania. Guardava dalla finestra. Il mondo intero era imbiancato, il viale era un immenso punto interrogativo i cui limiti erano alberi piegati dal peso della neve. Pensò: «Puttana eva» e grattò con le unghie sulla scrivania. Poi sentì il Barone che muggiva qualcosa nel sonno, adesso più agitato.

«Paco, per la miseria, Paco» diceva il Barone.

Wanda Jee sentì il conato risalirle stomaco, esofago e fermarsi sulla laringe. Trattenne l’impulso di vomitare ancora e fece un rutto, poi aprì il cassetto della scrivania mentre il Barone muggiva ancora nel sonno, a suo modo beato, adesso. Dal cassetto, tirò fuori una risma di fogli dattiloscritti e la bottiglia di gin. Bevve. Cominciò a leggere.

«Wanda Jee? Sei sveglia?» chiese il Barone.

«Porca puttana, sì, coglione, sì che sono sveglia».

«Scopiamo».

«Giratelo in culo, fascista del cazzo».

Poi Wanda Jee guardò fuori. Ancora tutto imbiancato, in fondo, l’ombra di due montagne come gemelle depresse.

Il Barone si alzò di scatto e andò in bagno. Vomitò tre volte e tornò da Wanda Jee. Le chiese del gin e bevve un sorso piuttosto lungo, giusto per ammazzare l’odore delle lucucugnole.

«Sei depressa, Wanda Jee?», chiese.

«Fatti gli affari tuoi, tu e i tuoi fottuti splasci fritti».

«Cos’è, non t’è piaciuto?»

«Sta’ zitto, sto leggendo il mio romanzo americano».

«Ancora con questa storia. Che farai, andrai via?»

«Questo posto fa schifo, devo andarmene o diventerò come te. Dammi il gin.»

Il Barone allungò il gin e si sentì perduto per un attimo. Ebbe un capogiro e, prima di finire a terra, riuscì a perdere di mano la bottiglia. Quando riprese i sensi, Wanda Jee era impazzita, camminava nuda agitandosi per la stanza e urlava: «Puttana miseria, guarda, stronzo, hai imbrattato il mio cazzo di romanzo americano del cazzo, guarda, stronzo, guarda, col tuo gin del cazzo!».

Il Barone guardò il soffitto, disteso per terra. L’umidità si stava mangiucchiando persino il lampadario coi suoi ricami a maioliche. Per l’ultima volta sentì la bocca impastata di crema di ghiumole e gin e sussurrò: «Paco, per la miseria, Paco». Poi si addormentò.

– Senhor.

– Paco.

– Non le manca un po’?

– Chi. O cosa.

– Oh, senhor, lo sa di chi sto parlando.

– Preferirei non parlarne, Paco, lo sai.

– Be’, d’accordo, senhor. Ma vede – insomma, io la compreno.

– Comprendo, Paco, si dice ‘comprendo’.

– Sì, senhor, ma la sostanza non cambia.

– E io non ho alcuna voglia di parlarne, Paco.

– Bene, senhor.

– …

– …

– Paco?

– Sì, senhor?

– Sì, hai ragione, non posso farci nulla: mi manca Wanda Jee. Mi manca da morire.

albion

Mentre i giocatori dell’Hull subiscono il sermone dell’allenatore davanti ai tifosi nell’intervallo della partita col Manchester City, il biondino David, fisico statuario da peplum moderno, parte per Dubai, Emirati Arabi, dove starà in ritiro con la sua nuova squadra. E’ lì che passerà il Capodanno, come i suoi compagni, tra allenamenti e autografi. Solo che a lui tocca la scorta: il rischio di attentati kamikaze per uno come lui è troppo alto. David è uno che, tra le varie arti oratorie, ti fa scegliere l’invettiva, o la satira. Uno che andrà via l’8 marzo per tornare a non giocare negli USA. Uno che finisci con l’associare al periodo più nero della storia del Grande Impero: gli anni ’90, i Take That, le finte complicazioni dei rapporti non più tra Corona e Isole Falklands, ma tra i non ancora baronetti e più telegenici Oasis e Blur.

David passerà il capodanno blindato in un’ala dell’hotel, prigioniero della sua non professione, con gli amici Tom e Katie. Non potranno uscire. Per gli autografi e gli allenamenti, i tifosi verranno passati allo scanner. Ammesso che si possa brindare all’anno nuovo con una bevanda analcolica, David non potrà nemmeno bere Pepsi, perché il suo contratto col marchio concorrente della Coca è scaduto da un pezzo.

Gazza dovrebbe assomigliare a un birillo, adesso. Con la sua testa piccolina, abbastanza grande da contenere una gran confusione, e quella pancia alcolica, è il tipo che ti ispira una commedia amara o tutt’al più una frottola. Nell’ultimo anno ha girato l’Europa, probabilmente alla ricerca di alcolici tradizionali più che di campetti di periferia su cui, chissà, ripetere quel pallonetto a scavalcare il difensore e tiro al volo a seguire per stendere la Scozia, più o meno dieci anni fa. L’hanno beccato in Portogallo Sheryl, la moglie, e suo figlio Regan. Chiedeva di morire in pace, nella sua stanza d’albergo non blindato. E, stando all’intervista che il dodicenne Regan ha rilasciato a un tabloid – certe cose sanno farle solo gli inglesi – Gazza il birillo non faceva altro che bere, mangiare dolci, vomitarli in un sacchetto e mangiarli di nuovo. A Regan non interessa più nulla di suo padre, dice. Mentre l’Hull finisce l’incontro sul 5-1 per il Manchester City e la foto dei giocatori stesi sul prato durante l’intervallo sotto gli occhi e le orecchie dei tifosi fa il giro del mondo, Gazza non c’è più.

Ricoverato in una clinica per disintossicarsi dall’alcol a contatto coi cavalli, è riuscito a far perdere le tracce di sé nei tre giorni di vacanza concessi per Natale. Dubito che sia a Dubai, o che qualcuno lo stia cercando sul serio per farsi esplodere nel locale in cui lui è seduto a bere. Al massimo, si finisce a far bisboccia con lui.

Cos’hanno in comune David Beckham e Paul Gascoigne? Sono entrambi due ex giocatori inglesi, spesso coi capelli ossigenati. David è il calcio moderno, forse, che fa di tutto tranne che giocare davvero a calcio. Gazza è quello un po’ più vecchiotto, un po’ più vicino a George Best, quel calcio che giocava a calcio, forse, pur di non entrare in fabbrica, e andava a finire che anche giocare era come avere un lavoro onesto, normale, noioso.

Messa così, la cosa è leggermente retorica, non mi convince. Forse bisognerebbe chiedere al terzino Giuseppe Favalli, uno che ha persino vinto qualche scudetto e qualche coppa e che ha conosciuto Gazza nella Lazio e adesso potrà vedere all’opera David nel Milan tutto marketing&campagne elettorali.

Al momento, David ha perso la Pepsi, e Gazza una famiglia. David è schiavo dei suoi contratti e libero di spassarsela coi soldi, chiuso nell’ala di un albergo a milioni di stelle da qui. Gazza è schiavo della sua piccola testa da birillo e libero di spassarsela chissà dove e chissà con chi, forse, in fin dei conti, persino con George Best, prima o poi.

Buon anno, perfida Albione, il Sudafrica è lontano.

calaveras

– E’ tutto un fatto di contingenze, senhor.

– Contingenza, dici?

– Certo.

– Hmm mm.

– Non la convince, senhor?

– Non del tutto.

– Senhor, lei mi ha tutta l’aria d’esser la voce che fa traboccare il vaso.

La goccia, Pablo, la goccia.

– La goccia, senhor?

– Esatto. La goccia che fa traboccare…

– Senhor, la versione dei fatti non cambia mica. Lei ha già…

– Dillo, Pablo, te ne prego. Dillo pure.

– Senhor: lei ha già perso.

– Oh, te ne ringrazio, Pablito. A volte mi chiedo cosa farei senza di te.

– Sempre ai suoi servizi, senhor.

Pagina successiva »