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La verità è che volevo passare la giornata di ieri a casa a leggere Kurt Vonnegut, un formidabile antidoto contro la nausea da umanità-alle-prese-con-olocausti-vari (nucleari e non). Ma ovviamente non ho resistito a quel credo laico da due soldi che mi impone di passare i giorni del voto in giro per i seggi (come il giovedì santo per i sepolcri). Dunque, la giornata era partita bene con Vonnegut ed è ovviamente proseguita male quando la consapevolezza della sconfitta (di chi poi? per chi tifi tu? è un quesito che spesso si pone quando parli con uno sconosciuto al seggio, e quello ti chiede: ‘Come va?’, e tu dici ‘Bene’, poi quello approva con un cenno del capo e ti chiedi: ‘Chi diavolo è questo? Con chi sta?’).
Girovagando per i seggi la sensazione era quella della polvere. La polvere e i detriti di un’Italia sempre più incomprensibile, forse perché la risposta più comprensibile a tutto questo è troppo facile, banale, meglio non pensarci. Ma vorrei concentrarmi ancora sulla polvere. Il fatto è che seguire lo spoglio in questa mia città vuol dire essere ottimisti (nel senso che sai già che qui andrà comunque peggio), e vuole anche dire che, a meno che non c’è il culo di qualche personaggio del paese in mezzo, non gliene frega niente a nessuno. Da qui, la polvere e le balle di fieno rotolanti ai seggi, che, tradotte da un cervello sempre affascinato dalle metafore facili, equivalgono un po’ alle polvere di quel che rimane di questo Paese. Ho guardato la palestra scoperta di una scuola in cui si votata, che non era la mia scuola elementare, e ho guardato il canestro abbandonato a se stesso. Mi è venuta subito voglia di fare educazione fisica in quella scuola. Poi ho pensato di nuovo alla polvere.
Per la verità, tornato a casa, le sensazioni peggiori sono state allontanate dalla tv. Siamo pur sempre una democrazia televisiva. Ho visto i vincitori piuttosto calmi, mai una parola di troppo. Mi sono tranquillizzato.
Sono uscito. Ho passato la serata con quel gruppo di ragazzi di destra (scritto così suona tipo Take That, ma insomma, non credo che li vedrò mai ballare), ma non è questo il punto.

All’attenzione degli utenti **********esi (e degli interessati)

C’è un sindaco che potrebbe andar via perché si libera un posto alla regione. Quel sindaco ha sotto il culo una bomba nucleare, una città ingestibile e un botto di debiti. Quel sindaco, oltre al fatto che è ancora un ragazzo e avrà sicuramente altri grilli per la testa, farà probabilmente la cosa che chiunque al posto suo farebbe: salutare con l’altra mano. Solo che ancora non è ufficiale.
Sto seduto sulla panchina. Il pubblico va dagli estremisti di destra con vocazioni socialiste fino ai soliti esponenti del partito della pagnofica folgorante. Quando il Sindaco parcheggia il gippone, scende con l’Assessore I e costeggia il tratto della piazza dove siamo seduti, sa che non potrà evitarci.
Sinnoco, vié qua: non può sottrarsi. Dietro il suo gippone parcheggia un altro gippone simile. Salta fuori l’Assessore II, in odor di candidatura a sindaco se il Sindaco va via.
Insomma, stanno andando tutti al bar alle nostre spalle. Non vogliono domande, non perché non abbiano niente da dire ma perché hanno già cominciato a bere da qualche altra parte. Ci invitano al bar, rifiutiamo. Torneranno presto.
Il Sindaco è un ragazzone, un bravo giovanotto. I capelli ancora corvini, solo qualche ciocca bianca, uno sguardo intenso e scrupoloso. Mi ha sempre colpito perché ha un’aria distinta, formale, anche quando gioca a calcetto o chiede di indossare la fascia da primo cittadino alla candidata locale a Miss Italia. E poi ci pensa sempre, prima di dire una cosa. Parla sempre in terza persona.
Quando le tre cariche istituzionali si avvicinano, io e gli altri stiamo dibattendo di una cosa seria, ma di questo parlerò dopo. Chiediamo al Sindaco di dire la verità, mentre l’Assessore I, non quello in odor di candidatura se bla bla bla, tenta di intrufolarsi nei nostri discorsi maschilisti e omofobi ma nessuno gli da retta. Allora il Sindaco cede.
‘Ragazzi, lo sanno tutti, il Sindaco va via’, ammette dopo qualche secondo di riflessione.
‘Cosa succederà?’, chiediamo in coro.
‘Arriverà un commissario prefettizio. Speriamo almeno che sia una gran fica.’
Non possiamo far altro che condividere. Del resto, stavamo conducendo un discorso piuttosto affine. Avevo appena detto ai miei amici che ciò che conta di più nella vita è avere una donna ‘a cui mandare messaggi con le più grandi porcate che siano mai state scritte’, il che ovviamente non basta.
C’è bisogno di una donna che ti accetti davvero per quello che sei.
Insomma, siamo d’accordo col Sindaco, che dopo la scottante rivelazione s’incammina verso il gippone mantenendo la sua aria distinta, seguito dall’Assessore I che è invece deluso per non esser stato di compagnia. L’Assessore I va alla portella del gippone. Prova ad aprire. Non succede niente. Prova ancora ad aprire, scatta l’antifurto.
‘Che minchia fai, quella è la mia auto!’, urla l’Assessore II all’Assessore I, che raggiunge immediatamente il Sindaco nell’auto giusta, quella davanti, con la coda tra le gambe.
Adesso i riflettori sono tutti per l’Assessore II, quello in odor di candidatura nel caso che bla bla bla. E’ una vera e propria tribuna politica. L’Assessore II, data la rivelazione del Sindaco, è pronto a conquistare voti. E’ affabile, ha dei pantaloni con le pezze fasulle come quelli che si portano ora, fuma una sigaretta per abbassare ancora di un semitono la sua voce già calda di vino. Ci studia. Studia delle tessere elettorali viventi.
Vorrei chiedergli se conosce delle donne disposte a leggere i miei sms ad alto tasso erotico, se ne ha conosciute, se ci sono in città. Ma lui ha altro per la testa. Ci guarda, ci esamina, vuol sapere se saremo con lui. Ci chiede del Piano Regolatore. Ci chiede cosa ne pensiamo. Per lui siamo come quella donna che è disposta ad ascoltare qualsiasi porcheria perché ti accetta davvero per quello che sei.
L’Assessore II ha una voce calda. E’ una serata eccitante, non c’è che dire.
Non lo avrei mai detto. Dov’è la polvere del pomeriggio? Dov’è il canestro abbandonato di quella scuola in cui non ho mai fatto educazione fisica? Stupidi ricordi lontani.
Abbiamo un Sindaco che andrà via e un commissario prefettizio che arriverà.
Abbiamo un Assessore II che vuol fare il candidato sindaco, e Dio solo sa se non ha stoffa.
Va tutto bene.
Ho solo un po’ di sonno e il cellulare scarico.
In un bar poco distante c’è Vasco a tutto volume, un cane al centro della piazza ha una malattia grave e si gratta con la schiena per terra, sembra che danzi, ma sta solo male.

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“Beh, devo essere ottimista. Va bene, dunque, perché vale la pena di vivere? Ecco un’ottima domanda. Beh, esistono al mondo alcune cose, credo, per cui valga la pena di vivere. E cosa? Ok. Per me… io direi… il buon vecchio Groucho Marx tanto per dirne una, e Joe DiMaggio e… il secondo movimento della sinfonia Jupiter… Louis Armstrong, l’incisione Potato Head Blues… i film svedesi naturalmente… L’educazione sentimentale di Flaubert… Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili… mele e pere dipinte da Cézanne, i granchi da Sam Wo, il viso di Tracy…”